tumore alla mammella

Neoplasie al femminile tra diagnosi, prevenzione e terapie

Il dottor De Toma, oncologo presso il Centro Medico Benvita, è il protagonista del nostro incontro odierno. Ci rivolgiamo a lui per affrontare il tema delle neoplasie, con un occhio di riguardo al mondo femminile e, in particolare, al tumore alla mammella.

Buongiorno dottor De Toma, nell’era del Covid ci si è forse dimenticati che, dati alla mano, le neoplasie sono ancora tra le principali cause di morte. È così?

Sì, ci siamo dimenticati che le principali cause di morte, ancora oggi, sono in primo luogo le patologie cardiovascolari e poi quelle tumorali. Tra 30-40 anni le neoplasie saranno al primo posto, perché rappresentano un panorama decisamente più complesso e ogni neoplasia è diversa da un’altra. Basti pensare che, nel mondo, i casi di tumore sono 20 milioni all’anno e circa la meta si rivelano mortali.

E in Italia?

Da noi ogni giorno si fanno poco più di mille diagnosi di tumore che portano a 370mila nuovi casi all’anno. I morti in totale sono 180mila, di cui 100mila uomini e 80mila donne.

Proviamo a declinare questi dati al femminile?

Certamente. In Italia, per quanto riguarda le donne, i tumori più frequenti, come incidenza, ovvero nuove diagnosi, sono: mammella (30%), poi colon, polmone, tiroide e utero. Come mortalità, invece, al primo posto c’è sempre prima mammella (17%), seguita da colon, polmone, pancreas e stomaco. In questo momento, in Italia, ci sono 3,6 milioni di persone con una diagnosi di tumore: risulta evidente come l’impatto sociale delle neoplasie sulla vita di tutti i giorni è notevole.

Si può fare prevenzione? In che modo?

Gli scienziati dicono che il 40% circa delle neoplasie può essere prevenuto, ovvero assolutamente evitato. In che modo? Attraverso la prevenzione: primaria e secondaria.

Che cosa prevede la prevenzione primaria?

Cerca sostanzialmente di abolire i fattori di rischio per l’insorgenza delle neoplasie. Prevede fondamentalmente uno stile di vita diverso. A tal proposito esiste un decalogo europeo per la lotta al cancro che è molto semplice. Tra i punti più importanti ci sono: limitare l’alcol; eliminare il fumo (chi non fuma ha il 30% in meno di probabilità di contrarre un tumore rispetto a chi fuma); proteggere la pelle dai raggi solari (in particolare per le donne che tendono ad abusare della “tintarella”) per evitare i vari tipi di melanoma (c’è stato un tempo in cui “bello” significava “abbronzato”, ora non è più così); seguire una dieta alimentare sana, limitando il consumo di carni rosse (collegato con i tumori al colon), limitando i latticini (collegato col tumore alla prostata, mammella e colon) e aumentando i consumi di frutta e verdura; evitare insaccati e alimenti elaborati; mantenere un peso forma stabile, importante soprattutto per le neoplasie alla mammella e all’utero; fare attività fisica, riducendo l’incidenza delle neoplasie legate agli ormoni, ovvero mammella e utero. Per la donna, poi, è importante pure praticare un sesso sicuro con l’utilizzo del profilattico, che non serve solo per le malattie trasmissibili sessualmente, ma anche per le neoplasie del collo dell’utero e del canale anale. Infine la vaccinazione: contro il papilloma virus e contro l’epatite B e C che sono i fattori più importanti per i tumori al fegato.

E la prevenzione secondaria?

Prevede gli screening, i quali hanno come obiettivo la riduzione della mortalità dovuta ad una determinata categoria di tumore: se faccio lo screening per il tumore alla mammella (mammografia) ho come obiettivo la riduzione della mortalità solo per quel tipo di tumore. Ma ciò non significa che evito l’insorgenza di quel tumore: solo che lo intercetto prima, prendendolo in una fase più precoce, quando cioè è molto più facile che si possa guarire la paziente anche con una chirurgia molto poco invasiva.

Però non c’è alcun tipo di prevenzione che possa eliminare del tutto il rischio di contrarre un tumore, giusto?

Purtroppo è giusto. Molte cose ancora non sono note sull’eziologia dei tumori. Ma sicuramente l’elevato numero di divisioni cellulari ne favorisce l’insorgenza. I tessuti “più replicanti” infatti sono quelli con maggior incidenza di neoplasie.

Quanto incide la prevenzione sui numeri visti in precedenza?

Allo stato attuale è stimato che la prevenzione possa eliminare non più del 40% dei tumori. Ma il futuro della prevenzione sarà più personalizzato ed efficace: si studierà la predisposizione individuale con test genetici, mirando gli esami sugli organi più a rischio.

Dopo aver fatto una diagnosi tumorale, qual è il percorso in cui si inserisce la paziente?

Il percorso nella diagnosi oncologica è segnato dalla biopsia: è il punto di partenza di tutto. Una diagnosi oncologica, a differenza di altre diagnosi mediche, parte da quella che è una certezza: la presenza delle cellule tumorali. Quando hai la diagnosi devi fare la stadiazione, cioè vedere che il tumore sia solo confinato in quell’organo e non si sia diffuso altrove. Nel caso della mammella, il tumore può estendersi ai linfonodi e quindi si controlla l’ascella e poi il resto degli organi: ossa, polmoni e fegato. Ma i tumori di piccole dimensioni individuati con lo screening molto raramente portano ad una successiva diffusione metastatica. C’è poi la fase terapeutica che presenta diverse opzioni: per il tumore alla mammella il passaggio chirurgico è quasi d’obbligo ed è effettuato con tecniche molto evolute nel corso degli anni. Oggi parliamo di una chirurgia conservativa, mentre fino a 30 anni fa era molto demolitiva ed i risultati a lungo termine non erano soddisfacenti per la mancanza di terapie post-operatorie efficaci, e la diagnosi in stadio più avanzato. La chirurgia oggi è molto meno invasiva, si asporta solo una parte di mammella, un quarto (un quadrante). E anche nell’ascella oggi si toglie solo il linfonodo sentinella utilizzando una sonda radioguidata.

Questo per il tumore alla mammella, mentre in generale che cosa accade?

In generale, invece, vi sono opzioni terapeutiche che agiscono a livello locale, ovvero la chirurgia e la radioterapia. Poi ci sono, in caso di malattia disseminata, delle opzioni terapeutiche sistemiche: la chemioterapia, l’ormonoterapia e le terapie biologiche e immunoterapiche.

Tornando al tumore alla mammella, qual è la sua reale mortalità a parte i numeri citati all’inizio?

In realtà la mortalità è molto bassa. I numeri sono inevitabilmente più alti perché l’incidenza è molto più alta rispetto agli altri tumori. In Italia ogni anno ci sono 55mila diagnosi di tumore alla mammella e i decessi 12mila e 300. La sopravvivenza a 5 anni nel tumore alla mammella sta sfiorando il 90%, dato in miglioramento rispetto ai decenni precedenti. In questo momento in Italia ci sono 800mila donne che hanno avuto una diagnosi di tumore alla mammella. Da un punto di vista prognostico il tumore alla mammella è quello che incide sulla miglior sopravvivenza che hanno le donne ai tumori in generale: a 5 anni dalla diagnosi di un qualsiasi tumore, le donne sono vive nel 73% dei casi, gli uomini nel 54%, perché nelle donne c’è il tumore alla mammella che abbassa tantissimo la mortalità.

Perché il tumore alla mammella può diventare mortale?

Perché esistono delle forme aggressive, di solito non responsive alle terapie ormonali, o vengono diagnosticate in fase tardiva. Dopo la terapia primaria nel tumore alla mammella si fanno controlli semestrali per i primi 5 anni e poi una volta all’anno fino ai 10 anni, con mammografia, ecografia mammaria ed esami ematici, controlli più approfonditi (scintigrafia ossea, tac…) vengono riservate ai casi dubbi o in quelli ad alto rischio di recidiva (pazienti con metastasi ai linfonodi ascellari). Mentre si cerca di limitare al massimo questi esami più radiologicamente impattanti nelle donne a minor rischio. Ed in un futuro non troppo lontano questi esami di follow-up potrebbero essere sostituiti da un prelievo ematico con la ricerca di cellule tumorali o DNA tumorale circolante.

Ringraziamo il dottor De Toma e ricordiamo che, a questo link, è possibile contattare gli specialisti del Centro Medico Benvita.

Antongiulio Giove
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