cardiomiopatia dilatativa

L’ultima partita di Diego

Il 25 novembre scorso Diego Armando Maradona si è spento in un quartiere periferico di Buenos Aires. La diagnosi post mortem indica nella cardiomiopatia dilatativa la causa della morte del più forte giocatore che abbia mai calcato un campo di calcio. Il grande cuore di Diego è diventato ancora più grande, arrivando a pesare il doppio di quanto il suo organismo potesse sopportare. Oggi, insieme al dottor Filippo Scalise, cardiologo del Centro Medico Benvita, cerchiamo di capire che cos’è la cardiomiopatia dilatativa, l’avversario che Diego Armando Maradona non ha potuto superare.

Buongiorno dottor Scalise, la vicenda di Diego Maradona ci ha fatto conoscere una patologia poco nota: la cardiomiopatia dilatativa. Ci spiega che cos’è?
La cardiomiopatia dilatativa è, sostanzialmente, la dilatazione del ventricolo sinistro del cuore.

Da che cosa è determinata?
Può essere determinata da tante cause. Ci sono alcune forme che si chiamano primitive e che sono delle malattie primitive del muscolo, di origine non meglio nota. Si fanno tutti gli accertamenti del caso e si esclude che il paziente abbia contratto altre patologie come la malattia di una valvola, malattie delle coronarie e cosi via. Si arriva quindi a concludere, per esclusione, che si tratta di una cardiomiopatia dilatativa di tipo primitivo idiopatico, cioè di cui non si conosce la causa. Ci sono poi altre forme legate agli esiti di processi infiammatori come le malattie infettive, malattie infettive come la miocardite di origine virale che possono sfociare poi in una dilatazione del cuore.

Quali sono le forme più frequenti di cardiomiopatia dilatativa?
Le forme più frequenti sono quelle secondarie o ad una malattia delle coronarie, relative quindi a pazienti che hanno avuto un infarto e che in seguito hanno subito un’evoluzione del cuore che si dilata nel tempo, o quelle che riguardano i pazienti che hanno una malattia della valvola che, non curata nel tempo, porta poi ad una dilatazione del cuore.

Mi sembra di capire che dietro alla definizione di cardiomiopatia dilatativa si celino in realtà diverse patologie…
Sì, è così. Ci possono poi essere delle forme tossiche, come le forme alcoliche o da farmaci. Pensi ad esempio che, per i pazienti sottoposti a chemioterapia, vi sono alcuni farmaci chemioterapici che possono provocare la dilatazione del ventricolo. È dunque evidente di come sia un capitolo molto complesso e esteso.

Come si interviene sulla cardiopatia dilatativa?
Solo con i farmaci. Si possono prescrivere delle terapie perché, nella stragrande maggioranza dei casi, queste forme sono evolutive e tendono a peggiorare, quindi con i farmaci si rallenta la dilatazione del cuore.

Quindi è un processo inarrestabile?
No, si può anche fermare. Dipende poi da altri fattori che sono legati a come il paziente risponde alla terapia. Adesso si riesce a curare molto bene la cardiomiopatia dilatativa, e lo si fa affrontando sempre prima ciò che c’è alla base di essa, ciò che l’ha causata, altrimenti l’unica soluzione è il trapianto cardiaco.

Qual è la principale conseguenza di questa patologia?
Il problema più importante legato alla cardiomiopatia dilatativa è lo scompenso cardiaco. I malati spesso tornano in ospedale perché hanno queste forme di scompenso cardiaco. Con la terapia farmacologica si riducono le ospedalizzazioni e si migliora la qualità della vita del paziente.

In quale arco di tempo si verifica questa dilatazione del cuore?
È un processo variabile. Se uno ha avuto un infarto da giovane, poi il cuore peggiora, progredisce e si dilata e possono volerci anni; se uno ha una miocardite acuta, può avvenire tutto anche in pochi giorni.

Gli abusi di alcool e di sostanze possono facilitare l’insorgere di questa patologia?
Sicuramente sì. Ad esempio nelle forme tossiche alcoliche, sospendendo l’assunzione di alcool si può avere addirittura una regressione della dilatazione del ventricolo. In generale è una patologia che va presa caso per caso e analizzata con molta attenzione e serietà, con un approccio multidisciplinare. È molto difficile ridurla ad una casistica generica.

Esiste un criterio per determinare la maggiore o minore gravità della cardiomiopatia dilatativa?
Sì, come abbiamo detto ci sono tante forme di cardiomiopatia dilatativa: forme molto gravi, forme che lo sono meno e che si curano meglio. La differenza tra queste sta in quanto sia compromessa la contrattività del cuore: più è compromessa, più la cardiomiopatia dilatativa è grave. Questa capacità di contrarsi del cuore si chiama “frazione di eiezione” ed è espressa in valore percentuale: quando questo valore scende sotto il 30%, aumenta addirittura in maniera esponenziale il rischio di morte improvvisa per gravi aritmie. Quindi, in questo caso, i pazienti vanno tutti incontro all’impianto di un defibrillatore sotto cute che interviene nel caso si presenti un’aritmia grave. Tornando all’incipit di questa chiacchierata, se Maradona avesse avuto una cardiomiopatia dilatativa grave e fosse morto per un’aritmia grave, se avesse avuto il defibrillatore impiantato si sarebbe salvato.

A che tipo di controlli devono sottoporsi i pazienti che soffrono di cardiomiopatia dilatativa?
A continui controlli, molto stretti, anche perché solitamente prendono molti farmaci per cui devono essere visti spesso dal medico.

Ringraziamo il dottor Scalise e ricordiamo che, cliccando su questo link, è possibile prenotare una visita con lui presso il Centro Medico Benvita.

Antongiulio Giove
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